dal gol “mi ha cambiato la vita” al suo addio dopo i Mondiali

“No, non so se sono l’uomo della gloria.” Angel Di María sostiene, in effetti, quell’umiltà dei grandi. È come se facesse ancora fatica a rendersi conto delle dimensioni del giocatore che è, di cosa rappresenta per la Nazionale, di quanto valevano i suoi gol e, soprattutto, di quel gol. L’obiettivo. il gol. Sa però che a un certo punto viene toccato da una bacchetta magica, la stessa che lo ha segnato in quell’oro a Pechino, con quel gol contro la Nigeria, e che è ricomparso al Maracana, contro il Brasile.

“Alcuni sono commossi per essere i migliori al mondo, come Leo (Messi). E ad altri per apparire in alcuni momenti. E sembra che mi abbia toccato così. Non ci sono parole per descrivere l’aver segnato ai Giochi e in Copa América. Sono obiettivi ricordati per tutta la vita. Obiettivi che stai guardando in TV, su qualsiasi canale, e continuano ad accadere. Quando ci sono i Giochi, passano l’obiettivo. Quando accadono cose in Copa América, compare anche il mio obiettivo. È un onore”.

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Ángel Fabián Di María, 34 anni, di Rosario. Figlio di Diana e Miguel. Padre di Mia e Pia. Il compagno di Jorgelina. Mega crack del calcio mondiale. Bandiera argentina. Autore dell’eterno gol al Maracanà. giocatore libero. Il personaggio del 26° anniversario del quotidiano Olé. Il prescelto. Colui che entra in questa mano a cuore aperto ore prima che la Nazionale vada per un altro titolo, per un’altra stella, per un altro poster, in un altro stadio mitico come Wembley e contro un altro campione del mondo (ora l’Italia). Come non confidare, dunque, nell’Angelo della speranza?

Di María e una maglia che tiene a vita: quella con il gol al Maracanà.

Di María e una maglia che tiene a vita: quella con il gol al Maracanà.

-Una delle immagini lasciate dal Maracanazo è stata vederti, telefono in mano, parlare con i tuoi genitori, emozionato. Cosa significa oggi?

-Tutto. Sono quelli che c’erano sempre, da quando era ragazzo. Negare cose a mia sorella per comprare i miei stivali. Accompagnandomi in ogni viaggio. Mille cose. Mille storie che potrei raccontare. Dopo tanta sofferenza, dopo tante finali perse, era la prima cosa che doveva fare. Chiama mia moglie e le mie figlie. E poi i miei genitori. Quando ho detto loro “il muro era rotto”, aveva a che fare con i momenti in cui la mia famiglia ha sofferto molto. La mia vecchia signora mi ha detto: “Ecco fatto. Dai, hai dato tutto. Hai dimostrato di poter essere in Nazionale e sei arrivato in finale”. E in compenso mi hanno detto: “Continua, stai bene”. Alla fine, dopo quelle percosse, c’è stata una ricompensa.

-Il gol contro la Nigeria nel 2008 compete con quello del Maracana o è impossibile?

-Quello della Copa América lo batte. Ma si spera, a Dio piacendo, ce ne sia un altro più importante.

E qual era la più bella delle due?

– Anche quello della Copa América. Per il controllo, perché è uscito il portiere e avevo due giocatori bloccati dietro. Anche per la rapidità con cui ho dovuto decidere e per come lui è andato su e giù per la palla velocemente. Nell’altro ho avuto più tempo per risolvere. Aveva il Kun a destra. Allora come potrei pensarci di più. In questo ho dovuto decidere più velocemente.

Quanta sofferenza ti sei lasciato alle spalle?

-Tanto. Ha sofferto molto perché ci sono state tre finali di fila in cui uno dice: “È impossibile. Dammi almeno uno dei tre”. Era fregato per me. Psicologicamente era morto. Morto perché aveva due cose per la testa: essere secondo e le mie ferite. “Se fosse stato bene…” l’ho ripetuto 800mila volte. A volte la gente pensa che siamo andati in vacanza, basta, basta. E quando siamo diventati campioni della Copa América, l’unica cosa che abbiamo detto, e ve lo posso giurare per le mie figlie, è stata: “Finalmente buone vacanze”. Perché tutte le vacanze erano tristi. Carichi le foto ridendo, perché sei con la famiglia e devi provare a staccare, ma dentro sei morto. Un’altra finale persa, ancora una volta il fallimento. Questa volta è stato unico.

-E ora, per di più, sei applaudito…

-È eccitante. La partita di Cordova (contro la Colombia) è stata spettacolare. E poi la Bombonera fu tutto. Era il momento che voleva anni fa (si riferisce alla partita con il Venezuela). Non per gli applausi, non perché gridano “Fideo, Fideo”, ma perché ci siamo riusciti, perché le persone che sono venute a trovarci sono venute con l’entusiasmo e la gioia che abbiamo. Era averlo raggiunto, essere stato campione. Dopo si. L’ovazione, riuscire ad entrare e segnare il gol. Era tutto.

Fideo ha vissuto una partita speciale alla Bombonera contro il Venezuela e per di più è stato ovattato.  (Juano Teson)

Fideo ha vissuto una partita speciale alla Bombonera contro il Venezuela e per di più è stato ovattato. (Juano Teson)

Da quanto tempo sognavi una cosa del genere?

-Onestamente, non ero niente per far cadere una lacrima. Perché era quello, tutto ciò che aveva sognato per molti anni. Erano le quattro del mattino e mia moglie mi ha mandato degli audio piangendo di gioia: “Guarda cosa sei riuscito a ottenere”, ha detto. Il mio vecchio mi ha scritto proprio il giorno dopo e la mia vecchia mi ha detto: “Tuo padre non ti scrive perché non smette di piangere”. Era qualcosa di unico.

-Parte della pausa è stata il “Non voglio un caffè alla Tour Eiffel, voglio giocare in Nazionale e, se devono fregarmi 45 milioni, possono fregarmi”?

Non so se è stata la pausa. L’ho detto perché era quello che sentivo. Sono in Nazionale da quando avevo 16 anni. Per me è tutto. Entrare in quella proprietà è vita. Mi sento come a casa. Grazie a tutti; sempre le stesse persone. È la mia famiglia. Per me è tutto essere in Nazionale. E in quel momento mi sono sentito valido, bene. E volevo continuare ad esserlo. Mia madre mi ha detto: “Lascia perdere, figliolo. Smettila di soffrire perché ti farà male”. E d’altra parte, mi ha detto: “Continuavo a dirle che a un certo punto il muro si romperà”.

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-Questa Coppa era più di un titolo…

-La Copa América ha cambiato completamente la mia vita. Ha cambiato le puttane di 45 milioni. Oggi ci sono 45 milioni di mi amano. È la realtà. Volevo essere campione in Nazionale, non mi importava del ruolo. Voleva che Leo fosse campione in Nazionale perché se lo merita più di chiunque altro. Ed è successo nel migliore dei modi. In Brasile, contro il Brasile. Ci sono andato per aggiungere e l’ho mostrato perché doveva stare quasi sempre in panchina. Ho sempre accettato quello che Scaloni aveva programmato per la partita. Ma quello sopra mi ha toccato con la bacchetta e mi ha fatto riapparire nell’immagine principale essendo in grado di realizzare quell’obiettivo.

-Cosa genera la riproduzione di un altro titolo?

-L’illusione di vincere un altro titolo con la Nazionale non ha eguali. E ancora di più contro una grande squadra, quella dei campioni d’Europa, che per sfortuna o altro non è potuta entrare in Coppa del Mondo. Ma è arrivato con una serie più che positiva. E penso che sia un buon test per noi, vedere come siamo e come dobbiamo continuare.

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-Identifichi il soprannome La Scaloneta?

-La Scaloneta era buona. Sì. Ti taggano nelle foto dei gruppi, eh. La verità è che Scaloneta è diventato forte. Questo staff tecnico ha fatto credere ai giocatori, di mettere insieme un gruppo molto importante in cui sono quasi sempre gli stessi. Ci sono pochissime modifiche. E questo significa che dalla Copa América del 2019 si è formato un bel gruppo. E, da lì, è iniziato tutto. Siamo partiti 3°, ma è stato l’inizio di tutto ciò che di bello sta accadendo oggi.

Il post di Di María dopo la vittoria contro il Venezuela.

Il post di Di María dopo la vittoria contro il Venezuela.

-Il tuo post ha suscitato scalpore dopo la partita alla Bombonera. Senti davvero che dopo il Mondiale la Nazionale è finita o è stata l’emozione del momento?

– Penso che aver vinto la Copa América mi abbia dato la tranquillità di potermi divertire di più in Nazionale, ma, d’altra parte, penso che dopo il Mondiale sia arrivato il momento. Ci sono tanti ragazzi che sono all’altezza della Nazionale, che stanno crescendo, li vedo ogni volta che ci vado. Sarebbe egoistico non pensare così, dopo tanti anni e dopo aver ottenuto quello che volevo con l’azzurro e il bianco. Quindi sì, dopo il Mondiale mi farò sicuramente da parte.

-Prima, hai un sogno, immagino…

-Sì, essere campione del mondo. Senza dubbio. È difficile, ma ci proveremo. Se la Copa América è stata la cosa più importante che mi è capitata, non so cosa potrebbe succedermi se fossimo campioni del mondo…

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